16 novembre 2021
La frequenza degli atti di bullismo non rileva ai fini della tutela giudiziaria della vittima

Atti ritorsivi nei confronti del whistleblower: questo il caso affrontato dalla Corte di Strasburgo che accoglie il ricorso proposto da una guardia carceraria donna che era stata vittima di bullismo per avere denunciato gli atti “inopportuni” compiuti da alcuni colleghi uomini.

La Redazione

Protagonista della vicenda è una donna che svolgeva la mansione di guardia carceraria presso un carcere femminile sito in Montenegro. Nel 2013, ella aveva denunciato alcuni colleghi maschi per essersi introdotti nella prigione ed avere avuto dei contatti inappropriati con alcune detenute; tuttavia, in seguito, la stessa era stata vittima di plurimi episodi di bullismo, a fronte dei quali né i superiori gerarchici, né le autorità giudiziarie avevano saputo dare un seguito, fino a quando la stessa era andata in pensione per motivi di salute legati proprio allo stress post-traumatico causatole dai diversi incidenti.
Priva di tutela, la ricorrente si rivolge alla Corte EDU, lamentando la violazione degli artt. 3, 6 e 13 CEDU.

Con la decisione del 9 novembre 2021 nel ricorso n. 31549/18 c. Montenegro, la Corte EDU ha accolto il ricorso della donna, rilevando la sussistenza di un nesso tra gli atti di bullismo subiti a seguito della sua segnalazione, uniti alla carente reazione ad essi seguita da parte delle autorità competenti, ed i problemi psicologici della medesima.
Nello specifico, la Corte riscontra la violazione dell'art. 8 CEDU, consistente nella mancata tutela della ricorrente a fronte di un obbligo positivo imposto agli Stati in tal senso.
Le autorità giudiziarie, infatti, avevano motivato la mancata tutela per via della frequenza degli atti di bullismo subiti, ritenuti insufficienti al fine di giustificare l'azione giudiziaria posta in essere dalla ricorrente. Tale argomentazione non è, però, stata condivisa dalla Corte EDU, poiché le denunce di bullismo vanno esaminate analiticamente e nella loro globalità, non potendo essere respinte per fattori legati alla frequenza degli incidenti senza considerare il contesto in cui essi sono inseriti.
Per questa ragione, la Corte di Strasburgo ha condannato il Montenegro a corrispondere alla ricorrente 4.500euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale e 1.000euro per costi e spese sostenuti.