18 luglio 2022
Ammissibile il ricorso in Cassazione con cui si deduce per la prima volta che il fatto non è previsto dalla legge come reato

È quanto ha stabilito la Suprema Corte pronunciando un nuovo principio di diritto. 

La Redazione
L'odierno ricorrente, condannato, tra alcuni reati, per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, adisce la Corte Suprema deducendo, per la prima volta in tale sede, che l'autenticazione di una scrittura privata non costituirebbe atto pubblico, e che la sua falsità ideologica non potrebbe conseguentemente integrare il suddetto delitto. Secondo il principio di tassatività della legge penale e del divieto di analogia, quindi, la mancanza della natura di atto pubblico nell'atto in questione  nonché della previsione del fatto in altra fattispecie penale, impedirebbero che egli possa essere giudicato penalmente responsabile per il reato così come contestato.
 
In risposta alla censura, con sentenza n. 27869 del 18 luglio, la Cassazione ricorda che, fermo restando che non si possono generalmente dedurre con ricorso in cassazione questioni non precedentemente devolute al giudice d'appello, si deve pervenire ad una diversa conclusione qualora, in sede di legittimità, venga censurata l'estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza d'appello, e ciò anche nel caso in cui essa non sia stata eccepita dalla parte interessata nel grado di merito né rilevata dal giudice competente. Infatti, «in questa ipotesi .. la causa di non punibilità erroneamente non dichiarata dal giudice di merito deve essere rilevata e dichiarata .. in sede di legittimità»; il ricorso per cassazione quindi, anche se strutturato su un solo motivo, è certamente ammissibile poiché volto a fare valere l'inosservanza o l'erronea applicazione della legge penale ex art. 606, comma 1, lett. b), c.p.c., concretizzate proprio in detta omissione, che si riverberano sul punto della sentenza concernente la punibilità. L'impugnazione mira a correggere l'errore, tanto che viene chiesto al giudice di emettere immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, obbligo a cui non può sottrarsi. Alternativamente, la sentenza di condanna emessa, poiché viziata da palese violazione di legge, può essere impugnata con atto idoneo ad attivare il rapporto processuale del grado superiore, il che esclude la formazione del c.d. 'giudicato sostanziale'.
 
Fatte queste premesse, la Corte ritiene di dover pronunciare il seguente principio di diritto: «E' ammissibile il ricorso per cassazione col quale si deduce per la prima volta, in difetto di un previo e possibile motivo di appello, ed anche con un unico motivo, che il fatto non è previsto dalla legge come reato, ex art. 129, comma 1, cod. proc. pen., e che la conseguente non punibilità dell'imputato sia stata in ipotesi erroneamente non dichiarata dal giudice di merito, integrando tale doglianza un motivo consentito ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen.».
 
Per tutte queste ragioni, la deducibilità della suddetta censura del ricorso non può essere pregiudicata dal fatto che il ricorrente non abbia precedente posto la questione come motivo di appello.