21 luglio 2022
Confusione inversa del marchio: il caso Meta fa da maestra

Il colosso dei social network Meta è stato citato in giudizio da Smaller.Co che rivendica la confusione inversa del marchio da essa utilizzato da più di 10 anni META per prodotti e servizi nel settore della realtà virtuale.

La Redazione

La “confusione inversa” si verifica quando un utente junior grande e molto noto satura il mercato con l'uso del marchio al punto da essere considerato erroneamente come la fonte dei prodotti di un utente senior meno famoso. Tale infrazione si differenzia da quella per così dire “tradizionale”, quando cioè un utente senior del marchio afferma che i consumatori credono che sia fonte dei prodotti propri dell'utente junior.
Negli ultimi anni, il numero di cause legali che ha coinvolto accuse di confusione inversa è di gran lunga aumentato e il caso considerato d'eccellenza è quello che ha coinvolto il colosso dei social media Facebook, che ha partire dallo scorso anno ha cambiato nome in Meta Platforms, Inc..

Il cambio di nome è costato caro al colosso dei social media, poiché a partire da quel momento è stata colpita da numerose denunce tra cui quella di una piccola società che esercita attività nel campo della realtà virtuale da più di 10 anni con il nome di Meta, la quale ha accusato il colosso di avere “sfacciatamente” violato i diritti fondamentali di proprietà intellettuale previsti dalla legge statunitense allo scopo di cancellarla dal mercato.
A tal proposito, Meta sostiene che (la ex) Facebook, Inc. abbia ignorato le registrazioni federali di Meta per il marchio META che identificavano i servizi utilizzati dalla piccola società utilizzando la realtà virtuale, digitale e aumentata, cambiando nome solo nel 2021 e distribuendo risorse quasi illimitate per saturare il mercato con il suo marchio Meta in violazione. Considerando che consumatori e canali commerciali delle due società sono perlopiù identici, anche se su scala più ampia, Meta sostiene che l'adozione del medesimo marchio da parte di Facebook rappresenti un caso diconfusione inversa “da manuale”, rendendo probabile che i consumatori credano erroneamente che i prodotti e i servizi di Meta provengano da Facebook, per via delle sue dimensioni e del potere di mercato, oltre alla portata pubblicitaria e alle risorse quasi illimitate.
In questo modo, l'utente molto più grande e junior avrebbe causato una perdita di valore e di controllo sul marchio META, considerando che esso non designa più i prodotti e servizi offerti dall'utente più piccolo e senior.
Ecco perché quest'ultimo ha chiesto un provvedimento ingiuntivo per bloccare in termini immediati e permanenti l'utilizzo del marchio Meta da parte di Facebook e il risarcimento dei danni, che include anche un premio di tutti i profitti ottenuti da Facebook in relazione alla causa.