21 gennaio 2022
È reato il pedinamento dell’investigatore privato oltre i limiti dell’incarico?
Un investigatore privato che pedina e fotografa senza consenso oltre i limiti dell'incarico ricevuto risponde del reato di illecito trattamento dei dati personali eventualmente in concorso con il committente? È questo il caso che ha permesso alla Suprema Corte di analizzare la fattispecie prevista e punita dall'art. 167 del D.Lgs. n. 196/2003 alla luce delle diverse modifiche legislative intervenute anche recentemente.
di Avv. Fabio Valerini
Il caso

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La terza sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 2243 del 20 gennaio 2022 si è espressa sulla sorte della sotto-fattispecie di reato di illecito trattamento dei dati personali di cui all'art. 167 del D.Lgs. n. 196/2003 dopo le modifiche apportate dal D.Lgs. n. 101/2018 e, da ultimo, dalla Legge n. 205/2021 di conversione del D.L. n. 139/2021.

L'occasione è stata la condanna da parte dei giudici di merito del responsabile di un'agenzia investigativa per violazione della normativa in materia di privacy, in concorso con il committente, per aver effettuato la raccolta e la conservazione dei dati relativi alla moglie del committente senza il consenso della donna e al di fuori dei casi previsti dagli articoli 23,24 lett. f) del D.Lgs. n. 196/2003 nonché oltre i limiti stabiliti dal mandato (finalizzato per un certo periodo di tempo a rilevare un eventuale comportamento non idoneo nei confronti della figlia).

E ciò perché aveva scattato, ad insaputa della donna, delle fotografie e aveva installato un localizzatore satellitare GPS sulla sua autovettura «rilevando illecitamente i dati relativi a tutti gli spostamenti della stessa in eccedenza rispetto all'esigenza di consentire al marito committente di tutelare i propri diritti nella causa di separazione» fornendo anche una copia di tutti i tabulati degli spostamenti relativi al periodo richiesto.

La signora aveva sporto denuncia quando nel corso della causa di separazione era stato allegato alla memoria ex art. 183 c.p.c. il report confidenziale redatto dall'agenzia investigativa dal quale era emersa la frequentazione della donna con un nuovo compagno.

Il diritto

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In primo grado il Tribunale aveva ritenuto sussistente la violazione della normativa in materia di privacy sul presupposto che (a) i dati trasmessi al committente riguardavano momenti in cui la signora non si trovava in compagnia della figlia e (b) aveva trattenuto i dati eccedenti il periodo temporale di interesse (fino all'accesso della polizia giudiziaria nella sede secondaria dove un dipendente era in procinto di distruggere la documentazione catalogata come “eccedente”). 

Inoltre, in sede di appello, la Corte sottolineò che il nocumento arrecato dalla condotta alla signora doveva essere ben presente all'imputato dal momento che ben sapeva l'uso che il committente ne avrebbe potuto fare: «tali informazioni – sostiene la Corte di appello – avrebbero sicuramente contribuito ad un trattamento più sfavorevole, in sede civile, nei confronti della [signora]».

Sebbene la Corte di Cassazione abbia dichiarato prescritto il reato, essendoci stata condanna alla statuizioni civili, i giudici hanno valutato la configurabilità del reato contestato.

A tal proposito la Suprema Corte muove, in primo luogo, dalla constatazione che il reato di cui all'art. 167, comma 1, D.L.gs. n. 196/2003, ratione temporis vigente, non è un reato proprio del titolare o del responsabile del trattamento dal momento che può essere commesso da “chiunque”.

In secondo luogo, secondo la versione contestata il reato di trattamento illecito di dati sanzionava la condotta di chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, o di recare ad altri un danno, procedeva al trattamento dei dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 126 e 130 ovvero in applicazione dell'art. 129 «se dal fatto deriva nocumento».

Ma quando può dirsi integrato il concetto di “nocumento” previsto dalla fattispecie incriminatrice quale elemento costitutivo della stessa (e non già come condizione obiettiva di punibilità)?

Ebbene, per nocumento «deve intendersi un pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura patrimoniale o non patrimoniale, subito dalla persona alla quale si riferiscono i dati o le informazioni protetti» e può «anche coincidere, nei fatti, con il c.d. “danno-evento” di natura civilistica ma non è giuridicamente sovrapponibile ad esso e soprattutto non va confuso con il c.d. “danno conseguenza” risarcibile ai sensi dell'art. 185 c.p. e 2043 e 2059 c.c.».

Ed infatti, secondo la giurisprudenza, il nocumento penalmente rilevante serve per dare effettività alla tutela della riservatezza dei dati personali «ed ha un suo nucleo di dannosità che è certamente meno ampio di quello civilistico e non può essere confuso con esso».

Ne deriva che «la produzione in un giudizio civile di documenti contenenti dati personali, ancorché effettuata al di fuori dei limiti del corretto esercizio del diritto di difesa, non integra il nocumento all'interessato che permetta di configurare il reato di cui all'art. 167 del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 in assenza di elementi fattuali oggettivamente indicativi di una effettiva lesione dell'interesse protetto, trattandosi di informazioni la cui cognizione è normalmente riservata ai soli soggetti professionalmente coinvolti nella vicenda processuale sui quali incombe un obbligo di riservatezza».

La lente dell'autore

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Alla luce della novità normative apportate dal D.Lgs. n. 101/2018 (anche per tenere conto dell'intervenuta entrata in vigore del Regolamento europeo 679 del 2016), però, quella fattispecie di reato oggetto del processo che ha portato alla sentenza della prima sezione, non è più prevista come tale.

Secondo la Suprema Corte, «la sottofattispecie del reato di cui all'art. 167 comma 1 relativa alla violazione degli articoli 23 e 24 precedente alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 101/2018 non è più prevista come reato dall'art. 167, comma 2, D.Lgs. n. 196/2003».

Ed infatti, la novella legislativa ha modificato anche l'art. 167 riducendo l'ambito della risposta sanzionatoria penale mantenendo ferma la rilevanza penale soltanto di alcuni specifici comportamenti purchè sorrette dal dolo specifico di trarre per sé o per altri profitto, o di recare all'interessato un danno e purché produttive di un nocumento a quest'ultimo (altrimenti le condotte potranno dar luogo ad una sanzione amministrativa).

Il che non toglie, ovviamente – ha precisato la Suprema Corte – che resti l'interessato nel caso di specie possa agire “ex novo” nella sede naturale per il risarcimento del danno da fatto illecito (e non più come reato).