29 marzo 2022
Dichiarazione fraudolenta: in assenza di deleghe, tutti i membri del CdA rispondono del reato tributario
In assenza di deleghe ad alcuno dei componenti del consiglio di amministrazione di un Consorzio, grava su tutti i consiglieri la responsabilità solidale per gli illeciti deliberati o posti in essere dal consiglio di amministrazione, da riferirsi solidalmente a ciascuno di essi.
di Dott. ssa e consulente compliance aziendale - 231 Tiziana Satta Mazzone
Il caso

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La sentenza in commento, allineandosi al proprio consolidato orientamento, ribadisce il principio della responsabilità di tutti gli amministratori per l'illecito deliberato dal consiglio di amministrazione, salvo che l'atto non rientri nelle attribuzioni delegate al comitato esecutivo o a taluno dei consiglieri che ne sono parte.
La vicenda, in particolare, trae origine da un sequestro preventivo, avente ad oggetto un immobile di proprietà del prevenuto, indagato del reato ex artt. 110 c.p. e 2, D. Lgs. n. 74/2000 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti). Il competente Tribunale del riesame, condividendo le argomentazioni svolte dal GIP, ha confermato il decreto genetico di sequestro preventivo. 
La difesa del prevenuto ha, quindi, proposto ricorso per cassazione, articolando due distinti motivi. Con il primo di essi, ha dedotto il vizio di violazione di legge ex artt. 292 e 309 c.p.p., in punto di difetto del necessario fumus del reato tributario ascritto al ricorrente, fondato, secondo la difesa, esclusivamente sulla condizione soggettiva di consigliere ricoperta dall'indagato nel Consorzio. Ebbene, secondo la difesa, tale deduzione sarebbe scaturita da un'erronea applicazione della previsione ex art. 2392 c.c. che, a seguito della riforma del 2003, non prevede più in capo ai semplici componenti del CdA un generalizzato obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione. Si aggiunga che il provvedimento impugnato sarebbe altresì viziato in ragione del difetto di un'autonoma valutazione, da parte del Tribunale del riesame, del compendio indiziario in atti, essendosi limitato a ribadire le risultanze presenti nella relazione della GdF, nella richiesta del PM e nel decreto del GIP.
Con un secondo motivo, la difesa ha censurato l'ordinanza impugnata per aver ritenuto che in relazione ai reati tributari non operi il limite all'espropriazione immobiliare ex art. 76, d.P.R. n. 602/1973, ritenendolo applicabile esclusivamente nei confronti dell'Erario per debiti tributari ed escludendo che esso costituisca un limite all'adozione della confisca penale o del sequestro preventivo a essa funzionale. Ebbene, tale assunto del Tribunale si rivelerebbe ancor più erroneo nella vicenda in esame, avendo l'indagato dato prova che l'immobile in sequestro è l'unica e prima casa adibita a residenza familiare, con conseguente necessità di dare luogo ad una applicazione estensiva di tale disciplina, pena l'illegittimità del provvedimento per violazione del citato divieto di sequestro.

Il diritto

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La Suprema Corte, ritenendo il ricorso complessivamente infondato, lo ha rigettato.
Quanto al primo motivo di censura, concernente la presunta insussistenza del fumus del reato tributario ascritto al prevenuto fondata sull'erronea applicazione dell'art. 2392 c.c., i Giudici di legittimità deducono, anzitutto, la mancanza di pertinenza della doglianza, evocando quanto già affermato nel parallelo procedimento impugnatorio proposto dalla coindagata, deciso con sent. n. 30689/2021.
Preliminarmente, la Corte ricostruisce l'esatta portata della previsione ex art. 2392 c.c. che reca la disciplina della posizione di garanzia degli amministratori nelle S.p.a., stabilendo che essi sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza dei doveri loro imposti dalla legge o dallo statuto, a meno che non si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o attribuite a uno o più di essi, come previsto dall'art. 2381, comma 2, c.c..
Occorre, dunque, distinguere i casi in cui il CdA operi con o senza deleghe. Per effetto della citata previsione, infatti, salvo che l'atto non rientri nelle attribuzioni delegate al comitato esecutivo o taluno dei consiglieri, tutti i componenti del CdA rispondono solidalmente degli illeciti deliberati dal consiglio, anche se di fatto non decisi o compiuti da tutti i suoi componenti.
Ove, invece, alcune materie siano state attribuite ad uno o più amministratori, gli illeciti compiuti investono esclusivamente la responsabilità dei consiglieri ad esse delegati. In tale ultimo caso, sussiste una responsabilità anche in capo ai consiglieri non delegati, scaturente non già dalla posizione di garanzia ex art. 2392, comma 1 c.c., bensì dalla violazione dolosa o colposa del dovere di informazione, gravante su ciascun amministratore, sull'andamento della gestione sociale e sulle operazioni più significative che, in presenza di segnali di allarme, impone lo specifico onere di attivarsi per assumere ulteriori informazioni e fare quanto possibile per impedire il compimento dell'atto pregiudizievole o eliderne le conseguenze dannose. 
Chiarito quanto sopra, la Corte verifica la corretta applicazione di tali principi nel caso di specie, evidenziando anzitutto che, secondo quanto rilevato da Tribunale del riesame, nessuno dei consiglieri componenti il consiglio di amministrazione era dotato di alcuna delega. Pertanto, la presunta mancanza di alcun obbligo di vigilanza in capo ai consiglieri privi di deleghe, dedotta dalla difesa, è tutto inconferente, trattandosi di un principio applicabile all'opposta ipotesi in cui specifiche materie o compiti siano stati delegati a taluno dei componenti del CdA.
Al contrario, nella vicenda in esame nessuno degli amministratori disponeva di deleghe, con conseguente responsabilità solidale gravante su tutti i membri del CdA per gli illeciti deliberati o posti in essere da esso. In altri termini, secondo la Suprema Corte, appaiono immuni da censure i principi affermati nell'ordinanza impugnata poiché l'indagato, investito al pari di ogni altro componente del CdA di compiti di amministrazione diretta, era gravato da uno specifico obbligo di vigilanza sull'andamento della gestione societaria.
In ogni caso, la censura difensiva riveste carattere intempestivo poiché, come noto, in tema di sequestro preventivo, non si impone una valutazione della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico del soggetto nei confronti del quale sia stato disposto il sequestro, bensì è sufficiente l'individuazione del fumus commissi delicti, consistente nell'astratta sussumibilità del fatto commesso nel reato ipotizzato.
Parimenti dicasi in merito all'elemento soggettivo del reato, attesa l'estraneità della verifica di tale elemento in sede di adozione della misura cautelare. Infine, quanto al presunto difetto di un'autonoma valutazione da parte del Tribunale del riesame del compendio indiziario comprovante il fumus del reato ipotizzato, la Corte ribadisce il proprio consolidato orientamento secondo cui non è richiesta a pena di nullità dell'ordinanza cautelare del Tribunale del riesame l'autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, trattandosi di requisito richiesto solo in sede di adozione del provvedimento genetico da parte del GIP per garantire l'equidistanza rispetto al PM richiedente la misura. 
Passando al secondo motivo di censura, i Giudici di legittimità ribadiscono la correttezza del ragionamento seguito dal Tribunale del riesame, pienamente conforme al proprio orientamento espresso sul punto, secondo cui, in tema di reati tributari, il limite all'espropriazione immobiliare ex art. 76, comma 1, lett. a), d.P.R. n. 602/1973, nel testo introdotto dall'art. 52, comma 1, lett. g) D.L. n. 69/2013 (conv. in L. n. 98/2013): 

1. opera solo nei confronti dell'Erario, per debiti tributari, e non di altre categorie di creditori;
2. riguarda l'unico immobile di proprietà e non la prima casa del debitore;
3. non rappresenta un limite all'adozione né della confisca, né del sequestro preventivo ad essa finalizzato, poiché l'oggetto della confisca è il profitto del reato e non il debito verso il fisco. 
Del resto, soggiunge la Suprema Corte, l'inapplicabilità del limite dell'espropriazione nel procedimento penale per reati tributari trova il proprio fondamento logico-giuridico nell'art. 2740 c.c. che fissa il principio generale per cui il debitore risponde dell'adempimento delle proprie obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri e le eventuali limitazioni di tale responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge, limitazioni che, nel caso di specie, sono assenti.

La lente dell'autore

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La sentenza in commento, pur collocandosi nell'ambito di una vicenda cautelare, affronta il rilevante tema dell'individuazione dei soggetti penalmente responsabili all'interno delle imprese, caratterizzate spesso da un'articolata ripartizione delle attribuzioni tra una pluralità di soggetti, con conseguente difficoltà di individuare le persone fisiche cui imputare i fatti-reato. Tale individuazione assume un significato del tutto peculiare nell'ambito penale, dominato dal fondamentale canone costituzionale (art. 27 Cost.) del carattere personale di tale forma di responsabilità che, a prescindere dalle qualifiche rivestite dai diversi soggetti, impone uno stringente accertamento del soggetto che abbia concretamente agito.
Le evidenziate difficoltà risultano amplificate nell'ambito delle società di capitali in cui, come noto, il potere gestorio risulta spesso notevolmente frammentato. Un esempio tipico di tale fenomeno emerge nella delega di funzioni, utilizzata dal consiglio di amministrazione per trasferire talune proprie attribuzioni ad un comitato esecutivo o ad uno o più dei propri componenti, con conseguente trasferimento della relativa responsabilità in capo ai soggetti delegati.
A fronte di tale complessità, la pronuncia in esame assume un particolare pregio poiché, evocando la previsione ex art. 2392 c.c., offre un contributo essenziale nel definire regole certe, fondate sul dato positivo, volte a guidare l'interprete nell'individuazione dei soggetti responsabili in ambito societario, per un verso, garantendo l'effettiva osservanza del principio di personalità della responsabilità penale, per altro verso, scongiurando il rischio di scadere in una inammissibile responsabilità oggettiva.